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Joint Action sul monitoraggio e controllo delle trasfusioni e dei trapianti di cellule e tessuti, 15.12.2014

La Commissione Europea ha affidato al Centro Nazionale Trapianti e al Centro Nazionale Sangue il coordinamento di una  Joint Action per rafforzare tra i Paesi Membri la capacità di monitorare e controllare i tessuti e le cellule utilizzati a scopo di trapianto, nonché il sangue per l’attività trasfusionale.
L’Azione, della durata complessiva di 36 mesi, raccoglierà i risultati ottenuti in precedenti progetti finanziati dall’Europa e supporterà i Paesi membri nei diversi aspetti collegati alla tracciabilità e vigilanza nel settore trapiantologico (cellule e tessuti) e trasfusionale (sangue). I Paesi coinvolti nell’Azione, tra “associated” e “collaborating”, sono una trentina.
In particolare, il Centro Nazionale Trapianti guiderà il pacchetto dedicato alla vigilanza su cui ha maturato nel corso degli anni un’esperienza riconosciuta a livello mondiale dall’OMS, di cui il Centro è “Collaborating Centre” dal 2012. Il Centro Nazionale Sangue gestirà il pacchetto dedicato alla formazione degli ispettori per i settori sangue, tessuti, cellule staminali emopoietiche e cellule riproduttive.
L’affidamento al nostro Paese di questa Joint Action da parte della Commissione Europea rappresenta un ulteriore riconoscimento della leadership italiana nel campo della sicurezza e della biovigilanza.

“Il cordone ombelicale: il potenziale delle cellule staminali”. Reggio Calabria, 11.10.2014

Organizzato da GADCO, Gruppo Avisino Donatrici Cordone Ombelicale, e da AVIS Regionale Calabria, in collaborazione con la Federazione Italiana ADoCes, il convegno, accreditato ECM, ha visto una numerosa presenza di Esponenti delle Istituzioni,  Professionisti sanitari  e volontari coinvolti nel percorso di promozione, informazione, raccolta e crioconservazione del sangue cordonale.

E’ stato  confermato l’impegno per la promozione del dono a tutte le coppie in attesa di un figlio, coinvolgendo anche quelle provenienti da altri Paesi.

E’ necessario aumentare il numero delle unità da crioconservare nelle banche pubbliche, attualmente circa 35.000: queste unità devono essere di altissima qualità e contenere almeno 1,5 miliardi di cellule nucleate, sulle quali eseguire una tipizzazione HLA completa ad alta risoluzione.

La qualità di queste unità è la sola che può garantire la possibilità di fare un trapianto di cellule staminali emopoietiche (CSE) per curare i malati e non semplicemente delle somministrazioni sperimentali di piccole quantità di CSE,  per le terapie cosiddette rigenerative,  che alcune banche private contrabbandano come trapianti autologhi.

A dimostrazione di questo, le banche pubbliche, che conservano attualmente nel mondo 650.000 unità solidali donate dalle mamme, hanno permesso il trapianto di oltre 35.000 pazienti, trapianti certificati dalle maggiori Società scientifiche internazionali.

Per un confronto, le banche private conservano oltre un milione di unità accantanonate per uso autologo familiare, che hanno consentito l’effettuazione di circa 15 trapianti autologhi.le unità di sangue cordonale conservate nelle banche private invece.

 

La Calabria Cord Blood Bank si qualifica attualmente per la banca italiana che ha rilasciato nel 2013 il maggior numero di unità (19) a Centri di Trapianto italiani ed internazionali e sta conseguendo l’accreditamento NETCORD FACT.

 

Calabria CBB, con oltre 7.000 unità raccolte, di cui oltre 800 bancate, ad oggi ha rilasciato 19 unità cordonali, per pazienti affetti da gravi patologie onco-ematologiche (Leucemia Acuta, Linfomi) e nel 2013 si è attestata  come la prima Banca nazionale per indice di rilascio (rapporto tra unità cordonali bancate e unità rilasciate per uso trapiantologico).

Trapianto neonatale di cellule staminali efficace per sindrome Hurler, 21.10.2014

(ANSA) – ROMA, 21 OTT – Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche, ottenute cioè dal sangue del cordone ombelicale, se effettuato alla nascita, è efficace per prevenire le anomalie ossee causate dalla sindrome di Hurler, una rara malattia genetica che provoca nei bambini affetti un ritardo psicomotorio e gravi anomalie scheletriche. Lo ha dimostrato, in modelli animali, un gruppo di ricercatori guidati da Marta Serafini del Centro di ricerca Tettamanti, Dipartimento di Pediatria dell’Università di Milano Bicocca. I bambini con sindrome di Hurler, uno ogni 175.000, appaiono alla nascita del tutto normali, ma dopo pochi mesi iniziano a manifestare i primi sintomi. Il trattamento consiste nel trapianto di cellule staminali ematopoietiche, tuttavia oggi non è in grado di risolvere del tutto i problemi scheletrici perché viene effettuato quando già la malattia inizia a manifestarsi. Di qui l’idea di sottoporre topi da laboratorio appena nati al trapianto, ma nei primissimi mesi di vita per prevenire i danni dovuti dalle malformazioni ossee. Lo studio, appena pubblicato sulla rivista ‘Blood’ e reso possibile grazie a finanziamenti della Fondazione Telethon, “sebbene limitato a una malattia genetica rara dimostra l’importanza di implementare gli screening neonatali”, spiega Marta Serafini. “Ciò – prosegue -permetterebbe, infatti, una diagnosi precoce e il trattamento immediato, che in alcuni casi, come nella sindrome di Hurler, possono influire sulla stessa progressione della malattia”.

Attualmente in Italia gli screening neonatali obbligatori interessano un ristretto numero di patologie e solo in alcune Regioni sono stati estesi a un maggior numero di malattie.

Prossimo obiettivo della ricerca, sfruttare i programmi di screening regionali per individuare i soggetti affetti e sottoporli precocemente al trapianto di staminali cordonali, ottenute cioè dal sangue del cordone ombelicale di madri donatrici. In Italia, infatti, è possibile donare il sangue cordonale, che viene raccolto e conservato in strutture specializzate per poi poter essere utilizzato a scopo di ricerca e di trapianto.

 

Il sangue cordonale per trattare neonati pretermine: utopia o realtà? – 21.10.2014

Intervista alla Dott.ssa Maria Bianchi dell’Università Cattolica del sacro Cuore di Roma, pubblicata sul sito del Centro Nazionale sangue

Il  sangue cordonale per trattare neonati pretermine: utopia o realtà?
  Immaginiamo di trovarci in un grande Ospedale Pediatrico Italiano a fine anni ’50, in quello che all’epoca si chiamava “reparto prematuri” (la Neonatologia e la Terapia intensiva Neonatale erano di là da venire..): il pediatra responsabile passa a controllare i neonati e insieme al suo staff, controlla i parametri dei piccoli pazienti, il peso, la propensione a nutrirsi, finanche la mera “voglia di lottare”, senza controllare valori di emoglobina e decide di fare ai più deboli, una piccola trasfusione (30-40 g) di sangue intero (anche in questo caso le emazie concentrate o leucodeplete erano fantascienza). Spesso funzionava , ma tante volte il piccolo non sopravviveva alla terapia. Queste sono le “confessioni” di un pediatra che ora dice di vergognarsi circa la grossolanità dell’intervento in mancanza di parametri precisi, così come un controllo preciso della loro efficacia, ma la medicina, come tutta la scienza si basa sulla ricerca e sull’esperienza e la capacità di migliorarsi è frutto anche di sfide come questa. Oggi, nel 2014 ci troviamo a parlare di un’altra “scienza”, molto più sofisticata e monitorizzabile, ma l’atteggiamento di chi intende offrire la migliore assistenza possibile ai propri pazienti è immutata. Parliamo con la dottoressa Maria Bianchi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma del protocollo che prevede l’uso di emazie estratte da sangue cordonale per trattare le anemie dei neonati pretermine: uno studio di fattibilità che, visti i risultati positivi, necessita di ampliare la casistica conducendo un trial clinico multicentrico randomizzato per confermare le incoraggianti premesse.

Come nasce questo protocollo?

L’idea di sviluppare innanzitutto uno studio, nasce nel 2010 dal contatto tra lo staff della terapia intensiva neonatale del Policlinico Agostino Gemelli di Roma con la Banca del Cordone Ombelicale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sull’utilizzo di sangue cordonale e placentare autologo in bambini candidati ad interventi chirurgici o per trattare l’anemia del pretermine che coinvolge la quasi totalità dei neonati con peso <1500 grammi Gli studi pubblicati in materia parlavano di sangue intero, ma noi abbiamo utilizzato sangue cordonale frazionato privo del buffy-coat, cioè emazie concentrate leucodeplete e poi irradiate. In questo modo è stato possibile ricorrere a quelle unità che non avendo una sufficiente cellularità non potevano essere utilizzate a fini trapiantologici e inviate al Registro Italiano Donatori di Midollo Osseo, IBMDR, venivano scartate. Lo studio di fattibilità è stato effettuato su 20 pazienti, nati entro la 30.ma settimana di gestazione e con un peso inferiore ai 1500 grammi, candidati a terapia trasfusionale entro i 28 giorni dalla nascita. Non abbiamo registrato alcun evento avverso e quindi abbiamo ravvisato l’opportunità di procedere con un trial clinico randomizzato, coinvolgendo per l’arruolamento di pazienti, anche altre Terapie Intensive Neonatali e Banche di Cordone, come quelle di Pescara, quella di San Giovanni Rotondo e quella della Calabria e ci auguriamo di poter partire presto con l’operatività.

Quali sono gli obiettivi che vi ponete?

Innanzitutto fornire ai bambini che necessitano una trasfusione, un’emoglobina simile a quella fetale, cosa che non avviene utilizzando sangue da donatore. Si eviterebbe uno shock di ossigenazione al prematuro che non ha ancora sviluppato un’emoglobina “matura”, cosa che amplifica il rischio di sviluppare una retinopatia della prematurità. L’idea non è quella di dimostrare che il sangue cordonale sia migliore, ma che possa costituire una valida e idonea alternativa terapeutica; parallelamente condurremo studi

biologici sui marcatori cellulari e metabolici del danno ossidativo e sulle possibili implicazioni immunologiche delle trasfusioni di sangue cordonale rispetto a quelle di sangue da donatore adulto. 

In questo modo potreste anche dare un  “futuro vitale” alle unità cordonali che non trovano spazio nell’inventario del registro trapianti e forse potrebbe essere un messaggio utile anche per incoraggiare le mamme a donare, visto che solo il 12% delle unità raccolte viene bancato e questo allontana molte
coppie dal gesto di solidarietà.

  Certamente la risorsa del sangue cordonale non può e non deve essere vista solo come un’alternativa al trapianto di midollo nelle terapie ematologiche, ma vanno pubblicizzati anche i risultati che si stanno ottenendo in settori diversi, come il caso del gel piastrinico e appunto questa nostra applicazione che, peraltro ha trovato un efficace partner per diffonderne la conoscenza e raccogliere fondi a sostegno della ricerca in una onlus, la Genitin, fondata dai genitori dei bambini pretermine, una realtà che conta circa 500 casi su 3000 parti avvenuti in un anno presso il nostro Policlinico.

A dirigere l’unità di Terapia Intensiva Neonatale del Gemelli è il Prof. Costantino Romagnoli, che dal 2012 è anche Presidente della Società Italiana di Neonatologia, a lui abbiamo chiesto di illustrarci il punto di vista dalla parte del clinico pediatrico.

Fornire la migliore assistenza possibile ad un neonato pretermine significa fornirgli terapie efficaci ma anche sicure.
Quando trasfondiamo sangue adulto forniamo dei globuli rossi che contengono emoglobina adulta in grado di cedere più ossigeno ai tessuti. Questo provoca nei neonati pretermine uno stress ossidativo importante che è stato correlato con le patologie da radicali dell’ossigeno quali la retinopatia della prematurità, la displasia broncopolmonare e la enterocolite necrotizzante. Se, invece, trasfondiamo globuli rossi fetali (quelli del cordone lo sono) essi contengono l’emoglobina fetale che cede meno facilmente l’ossigeno ai tessuti riducendo lo stress ossidativo.
La domanda potrebbe essere: ma siamo certi che questo preverrebbe tali patologie? La risposta è che sicuramente ne ridurrebbe il rischio e forse anche la gravità. Ed in ogni caso vale la pena di testare questa ipotesi con studi controllati condotti con rigore scientifico. Ma per fare questo è essenziale poter disporre di quantità idonee di globuli rossi del cordone e solo una sensibilizzazione della popolazione e degli operatori sanitari può contribuire a far sì che ciò sia possibile.

 

http://www.centronazionalesangue.it/notizie/l-intervista-000

 

Articoli di interesse:

 Allogeneic cord blood red cells for transfusion. Letters to the Editor, Trans Med Rev, doi:10.1016/j.tmrv.2011.06.002
 Use of allogenic umbilical cord blood for red cells transfusion in premature infants: utopia or reality? P. Papacci, M. Fioretti a, C. Giannantonio a, A. Molisso a, M.G. Tesfagabira, A. Tornesello a, M. Bianchi b, L. Teofili b, C. Romagnolia, Early Human Development 89S4 (2013) S49–S51

Le cellule staminali del cordone ombelicale nella cura della paralisi cerebrale infantile, 01.10.2014

Il 1° ottobre si celebra nel mondo la Giornata dedicata alla Paralisi Celebrale Infantile en.worldcpday.org.

Per questo il centro Nazionale Sangue ha scelto di dedicare una rubrica all’analisi dei principali  studi clinici conclusi o in itinere che utilizzano in fase sperimentale le cellule staminali emopoietiche per il  trattamento di questa patologia. Ha inoltre rivolto alcune domande al Dr. Paolo Rebulla per commentare i dati finora pubblicati nella letteratura scientifica.

http://www.centronazionalesangue.it/notizie/focus-on-001

Studio USA sull’utilizzo delle staminali della placenta per curare la sclerosi multipla – 29.09.2014

Una iniezione di cellule estratte dalla placenta potrebbe aprire le porte a nuovi trattamenti contro la sclerosi multipla: infatti in un primo studio clinico cellule staminali derivate da tessuto placentare umano sono state somministrate a 16 pazienti dimostrando per ora la sicurezza e la tollerabilità della procedura. Coordinato da Fred Lublin docente della Icahn School of Medicine a Mount Sinai, lo studio getta le basi per nuovi trial clinici per dimostrare l’efficacia di questa terapia. Secondo quanto riferito sulla rivista Multiple Sclerosis and Related Disorders, già a partire da questo primo esperimento clinico sono emersi buoni segnali che queste cellule derivate dalla placenta – chiamate PDA-001 – possano effettivamente riparare i danni a carico del sistema nervoso tipici della malattia. La sclerosi multipla è una patologia autoimmune che attacca il sistema nervoso: i nervi, o meglio la guaina isolante che permette loro di trasmettere i segnali nervosi, sono attaccati da una reazione immunitaria impropria sferrata dall’organismo. Gli attacchi possono essere molteplici e quindi i danni divenire progressivamente sempre più invalidanti. Gli esperti pensano che le staminali estratte dalla placenta e coltivate in provetta possano proteggere i nervi e favorirne la riparazione. In questa prima fase sperimentale i medici hanno somministrato le PDA-001 in due dosi diverse a parte dei 16 pazienti e poi hanno monitorato il decorso della malattia dell’intero gruppo per tutto l’anno a seguire. Ebbene questa ‘terapia’ è risultata per ora sicura e ben tollerata, priva di effetti collaterali. Inoltre i soggetti trattati non sono andati incontro a peggioramenti o ricadute nell’anno di osservazione. Serviranno ovviamente nuovi test per valutare l’efficacia terapeutica si detta cura cellulare. 

Scoperta una nuova molecola che moltiplica le staminali del sangue del cordone ombelicale, 19.09.2014

I ricercatori dell’Istituto di Ricerca in Immunologia e Cancro (Iric) presso l’Università di Montréal (Canada) hanno appena pubblicato su ‘Science’, la scoperta di una nuova molecola, prima nel suo genere, che consente di moltiplicare le staminali presenti in un’unità di sangue cordonale. Oggi le staminali del cordone ombelicale vengono utilizzate nei trapianti per curare una serie di malattie tra cui leucemia, mieloma e linfoma. Il lavoro diretto da Guy Sauvageau, ricercatore dell’Iric ed ematologo presso l’ospedale Maisonneuve-Rosemont, ha il potenziale di moltiplicare per 10 il numero delle unità di sangue cordonale disponibili per un trapianto. Inoltre permette di ridurre notevolmente le complicazioni associate al trapianto di cellule staminali. E sarà particolarmente utile per i pazienti che non sono di origine europea, per i quali i donatori compatibili sono più difficili da identificare. Insomma, gli scienziati spiegano che sulla base dei risultati ottenuti sarà presto avviato uno studio clinico utilizzando questa molecola – chiamata UM171 in onore dell’Università de Montréal – insieme a un nuovo tipo di bioreattore sviluppato in collaborazione con l’Università di Toronto. Il lavoro partirà a dicembre nell’ospedale Maisonneuve-Rosemont.
“Questa nuova molecola, in combinazione con la nuova tecnologia bioreattore – dice Sauvageau – consentirà a migliaia di pazienti in tutto il mondo l’accesso a un trapianto di cellule staminali più sicuro. Considerando che molti pazienti attualmente non possono beneficiarne per la mancanza di donatori compatibili, questa scoperta sembra essere molto promettente per il trattamento di vari tipi di cancro”. Il Centro per la terapia cellulare presso l’ospedale Maisonneuve-Rosemont servirà come sede per la produzione di queste cellule staminali, che poi saranno distribuite ai pazienti di Montreal, Quebec City e Vancouver per questo primo studio clinico canadese. I risultati dovrebbero essere disponibili un anno dopo, cioè nel mese di dicembre 2015. Secondo i ricercatori il significato di questa nuova scoperta è tale che i risultati clinici conclusivi potrebbero rivoluzionare il trattamento della leucemia e altre malattie.
“Questi progressi straordinari derivano dagli sforzi di una squadra notevole, che include studenti particolarmente dotati e ricercatori post-dottorato che lavorano nei laboratori Iric”, aggiunge Sauvageau. Il sangue del cordone ombelicale di neonati è un’ottima fonte di staminali ematopoietiche per il trapianto di cellule, in quanto il loro sistema immunitario è ancora immaturo e le cellule ‘bambine’ hanno una minore probabilità di indurre una reazione immunitaria avversa nel ricevente. Con la nuova molecola sarà possibile moltiplicare le cellule staminali in coltura e produrne abbastanza a sufficienza per trattare pazienti adulti, in particolare quelli che a causa della mancanza di donatori compatibili hanno un accesso limitato ai trapianti.

www.stemcellnewsdigest.com

www.iric.ca

Cellule del sangue dalle staminali grazie a due fattori, 15.07.2014

Cellule del sangue dalle staminali grazie a due fattori

Microfotografia di cellule staminali endoteliali (in verde) che si differenziano in globuli rossi (in rosso) Cortesia Irina Elcheva e Akhilesh Kumar, Wisconsin National Primate Research Center

 

Dimostrata per la prima volta la possibilità di ottenere diverse cellule del sangue, compresi globuli bianchi e globuli rossi, da cellule staminali grazie a specifiche proteine che controllano l’espressione dei geni, i cosiddetti fattori di trascrizione. Il risultato segue di sole due settimane l’importante scoperta di un metodo per ottenere cellule staminali ematopoietiche, che possono differenziarsi in tutte le possibili linee cellulari ematiche, a partire da cellule della pelle .

Ottenere cellule del sangue da staminali in modo rapido e affidabile. È quanto permetterebbe la scoperta di due programmi genetici responsabili del processo di maturazione cellulare verso queste specifiche linee cellulari, illustrata in un articolo pubblicato su “Nature Communications” da  Igor Slukvin e colleghi dell’Università del Wisconsin a Madison.
Il risultato è importante perché identifica come i processi naturali diano origine ai prodotti del sangue nelle primissime fasi dello sviluppo. La scoperta fornisce ai ricercatori gli strumenti per ottenere e studiare in che modo si sviluppano le cellule del sangue e produrre costituenti del sangue rilevanti ai fini terapeutici.
È la prima volta che viene dimostrata la possibilità di produrre diversi tipi di cellule da staminali pluripotenti usando fattori di trascrizione”, spiega Slukvin. “Questi ultimi sono proteine che si legano al DNA e controllano il flusso dell’informazione genetica attivando o silenziando specifici geni e quindi determinando il destino dello sviluppo delle cellule staminali indifferenziate.

Nella fase dello sviluppo, nell’aorta, uno dei principali vasi che sono presenti già nello stadio embrionale, si generano le prime cellule ematiche, comprese anche le cellule staminali ematopoietiche, a partire da un’unica popolazione originaria di cellule denominate endoteliali emogeniche. Questo nuovo studio ha permesso di identificare due distinti gruppi di fattori di trascrizione che possono convertire direttamente le cellule staminali umane in cellule endoteliali emogeniche, secondo un processo che prelude a un successivo sviluppo nei vari tipi di cellule del sangue.
“È sufficiente la sovraespressione di questi due tipi di fattori di trascrizione per riprodurre in vitro

la sequenza di eventi che si osservano durante lo sviluppo embrionale, grazie a cui si formano tutte le cellule del sangue, compresi globuli bianchi e globuli rossi”, specifica Slukvin.

Uno dei vantaggi del metodo elaborato da Sluvkin e colleghi è che consente di produrre cellule in abbondanza: per ogni milione di cellule staminali, i ricercatori sono riusciti a produrre 30 milioni di cellule del sangue.

Tra gli obiettivi non ancora raggiunti, spiegano gli scienziati, c’è la produzione di staminali ematopoietiche: sono cellule multipotenti che si trovano nel midollo osseo e che hanno una notevole importanza terapeutica, dal momento che possono essere usate per trattare alcuni tumori del sangue, tra cui la leucemia e il mieloma multiplo. Una volta iniettate nel flusso sanguigno, infatti, queste le staminali ematopoietiche vanno a rigenerare il midollo osseo, sviluppandosi in tutte le possibili cellule del sangue.

“Per ora non sappiamo come possa essere raggiunto questo traguardo”, conclude Slukvin. “Il nostro nuovo approccio per produrre cellule ematiche fornisce un’opportunità unica per ottenere un modello del loro sviluppo in vitro e identificare così nuovi fattori delle cellule staminali ematopoietiche”.

In realtà anche sul fronte della ricerca riguardante cellule ematopoietiche qualcosa si muove: importanti novità sono state annunciate solo due settimane fa proprio su “Nature” da Vladislav M. Sandler dell’Howard Hughes Medical Institute di New York e colleghi. Sandler ha ottenuto cellule staminali ematopoietiche a partire da

fibroblasti della pelle. Anche in questo caso, l’elemento cruciale dello studio è stata l’individuazione di specifici fattori di trascrizione, quattro per la precisione, che consentono un completo processo di de-differenziamento delle cellule di partenza fino allo stadio di cellule staminali pluripotenti indotte.

 

 Cortesia Irina Elcheva e Akhilesh Kumar, Wisconsin National Primate Research CenterNella fase dello sviluppo, nell’aorta, uno dei principali vasi che sono presenti già nello stadio embrionale, si generano le prime cellule ematiche, comprese anche le cellule staminali ematopoietiche, a partire da un’unica popolazione originaria di cellule denominate endoteliali emogeniche. Questo nuovo studio ha permesso di identificare due distinti gruppi di fattori di trascrizione che possono convertire direttamente le cellule staminali umane in cellule endoteliali emogeniche, secondo un processo che prelude a un successivo sviluppo nei vari tipi di cellule del sangue.
“È sufficiente la sovraespressione di questi due tipi di fattori di trascrizione per riprodurre in vitro la sequenza di eventi che si osservano durante lo sviluppo embrionale, grazie a cui si formano tutte le cellule del sangue, compresi globuli bianchi e globuli rossi”, specifica Slukvin.
Uno dei vantaggi del metodo elaborato da Sluvkin e colleghi è che consente di produrre cellule in abbondanza: per ogni milione di cellule staminali, i ricercatori sono riusciti a produrre 30 milioni di cellule del sangue.
Tra gli obiettivi non ancora raggiunti, spiegano gli scienziati, c’è la produzione di staminali ematopoietiche: sono cellule multipotenti che si trovano nel midollo osseo e che hanno una notevole importanza terapeutica, dal momento che possono essere usate per trattare alcuni tumori del sangue, tra cui la leucemia e il mieloma multiplo. Una volta iniettate nel flusso sanguigno, infatti, queste le staminali ematopoietiche vanno a rigenerare il midollo osseo, sviluppandosi in tutte le possibili cellule del sangue.
“Per ora non sappiamo come possa essere raggiunto questo traguardo”, conclude Slukvin. “Il nostro nuovo approccio per produrre cellule ematiche fornisce un’opportunità unica per ottenere un modello del loro sviluppo in vitro e identificare così nuovi fattori delle cellule staminali ematopoietiche”.
In realtà anche sul fronte della ricerca riguardante cellule ematopoietiche qualcosa
si muove: importanti novità sono state annunciate solo due settimane fa proprio su “Nature” da Vladislav M. Sandler dell’Howard Hughes Medical Institute di New York e colleghi. Sandler ha ottenuto cellule staminali ematopoietiche a partire da fibroblasti della pelle. Anche in questo caso, l’elemento cruciale dello studio è stata l’individuazione di specifici fattori di trascrizione, quattro per la precisione, che consentono un completo processo di de-differenziamento delle cellule di partenza fino allo stadio di cellule staminali pluripotenti indotte.

 

www.lescienze.it

 

Scienza contro deregulation per le terapie a base di staminali, 16.06.2014

Scienza contro  deregulation  per le terapie a base di staminaliLe cellule staminali e più in generale tutta la cosiddetta medicina rigenerativa sono al centro di un dibattito in cui le ragioni del metodo scientifico per la verifica della sicurezza e dell’efficacia delle terapie si scontrano con la pretesa libertà di cura di chi vorrebbe una deregulation del settore, dietro cui si nascondono interessi commerciali enormi. Sul numero di “Nature” di questa settimana intervengono sul tema tre dei più fermi sostenitori del rigore scientifico, che si sono esposti in prima persona nelle vicende che hanno interessato di recente l’Italia: Elena Cattaneo, Gilberto Corbellini e Paolo Bianco (red) .

Tre anni di show televisivi, inchieste giudiziarie, appelli degli scienziati: molti hanno seguito con partecipazione le vicende del caso Stamina e alla sperimentazione di cellule staminali per il trattamento di patologie quali la malattia di Parkinson, la distrofia muscolare e l’atrofia muscolare spinale.
Ora che la Corte europea per i diritti dell’uomo ha sancito con una sentenza del 28 maggio scorso che ricorrere a una cura senza fondamento scientifico non può considerarsi un diritto, è giunto il momento di qualche riflessione su quanto accaduto: sulla rivista “Nature” prendono la parola in due articoli di commento alcuni degli scienziati che più hanno combattuto il cosiddetto “metodo Vannoni”: Elena Cattaneo, direttrice del Centro per la ricerca sulle cellule staminali dell’Università di Milano e senatrice a vita, Gilberto Corbellini, storico della medicina e bioeticista dell’Università Sapienza di Roma e Paolo Bianco, ordinario di Anatomia patologica sempre della Sapienza di Roma.

Nel primo articolo, Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini ripercorrono la vicenda di Stamina, dall’inizio dell’operatività della Fondazione presso gli Ospedali Civili di Brescia, passando per l’avvio della sperimentazione clinica sui pazienti – costata alla sanità pubblica tre milioni di euro – arrivando alla nomina della Commissione di esperti, poi ricusata e ricomposta, che ha espresso parere negativo sui protocolli di cura.
La ricerca sulle cellule staminali sta facendo progressi enormi, ma la validazione dei loro utilizzi terapeutici è ancora di là da venire (© Andrew Brookes/Corbis) Al di là della cronaca, che i lettori di “Nature” conoscono meno del pubblico italiano, Cattaneo e Corbellini tirano un bilancio del loro impegno, “una crociata dagli alti costi personali”, come la definiscono nell’articolo. Per i due studiosi si è trattato di 18 mesi in cui si sono succedute speranze e delusioni, successi e indignazioni, mesi passati a cercare di spiegare le ragioni del rigore scientifico contro quelle dell’emotività. Alla fine le ragioni del metodo scientifico hanno prevalso; grazie anche alla sentenza della Corte europea e l’indagine avviata dalla Commissione Igiene e Sanità del Senato si può sperare che i trattamenti di dubbia efficacia vengano banditi dal nostro paese, con la raccomandazione a tutti gli scienziati a difendere il metodo scientifico e con esso l’interesse pubblico e le istituzioni.

Nel secondo articolo, Paolo Bianco, insieme al collega Duglas Sipp dell’Istituto Riken di Kobe, in Giappone, allarga lo sguardo per cogliere i segni di un fenomeno che riguarda tutto il mondo. Da circa un decennio infatti, c’è chi chiede di allentare il rigore con cui vengono attualmente valutati i farmaci e in generale i trattamenti medici. La richiesta è particolarmente accentuata per le cellule staminali, soprattutto per quanto riguarda il trapianto autologo, e la cosiddetta medicina rigenerativa, che secondo alcuni dovrebbero essere fuori dalla giurisdizione delle autorità regolatorie.
Dal punto di vista legale, qualche problema in effetti esiste. Tribunali, scienziati, bioeticisti e clinici argomentano che “i prodotti a base di cellule staminali dovrebbero essere considerati alla stregua di farmaci se sono oggetto di una lavorazione o se il loro comportamento terapeutico differisce da quello della loro collocazione originaria”.
Sul fronte opposto, gli alfieri della “libertà di scelta” ribattono che si tratta semplicemente di un trattamento medico e quindi non soggetto a un’approvazione formale. Il dibattito ha preso spesso le vie legali, e la Federal and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti si è trovata a sostenere davanti a una corte la propria autorità in materia.
La pressione verso la
deregulation del mercato delle terapie nasce anche dal fallimento dell’attuale modello di business nel produrre innovazione. Molte aziende non sono equipaggiate per sviluppare terapie basate sui progressi delle scienze biologiche entro i cinque anni circa richiesti dagli investitori: occorrono progetti con un impegno di tempo ben maggiore.
Se da una parte dunque le agenzie regolatorie si trovano di fronte a una sfida sempre più complessa per la valutazione dell’efficacia delle terapie a base di staminali, gli Stati hanno bisogno di meccanismi più efficienti per supportare le innovazioni. Per questo, concludono Bianco e Sipp, la ricerca sulle cellule staminali potrà raggiungere il suo potenziale terapeutico solo se scienziati, medici, economisti e politici sapranno lavorare insieme. Se le staminali sono il futuro della medicina, come viene spesso ripetuto, occorre assicurare che i trattamenti siano sicuri ed efficaci. 

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L’Ostetrica nel sistema delle cure ostetriche, ginecologiche e neonatali, Roma 2 – 4.10.2014

fncoSi svolgerà a Roma, da giovedì 2 a domenica 4 ottobre 2014 all’Hotel Ergife di Roma, il 33° Congresso della Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche, dal titolo L’Ostetrica nel sistema delle cure ostetriche, ginecologiche e neonatali. Alleanza con la donna e la famiglia nella promozione della salute e della solidarietà sociale”. Sabato 2 ottobre alla Tavola Rotonda “L’Ostetrica e l’alleanza con la donna e la famiglia nella promozione della salute globale e della solidarietà sociale” in programma alle 16,30 è previsto l’intervento del presidente della Federazione Italiana ADoCes, Licinio Contu.

Programma FNCO