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Le frontiere della medicina rigenerativa, convegno della Consulta di Bioetica. Milano, 15.04.2015

Venerdì 10 aprile 2015 (dalle ore 17:30 alle ore 20:15) si terrà a Milano la Tavola rotonda “Le frontiere della medicina rigenerativa. Le attese, le opportunità e gli abusi delle terapie con le staminali”, organizzata dalla Consulta di Bioetica – Sezione di Milano, in collaborazione con il Centro studi Politeia e con la Casa dei diritti del Comune di Milano. Sede dell’incontro sarà la Sala conferenze di Palazzo Reale, in piazza del Duomo, 14.

Elena CattaneoL’iniziativa si svolge a poche settimane dall’approvazione da parte della Commissione Igiene e Sanità del Senato del documento conclusivo dell’indagine conoscitiva su “Origine e sviluppo del cosiddetto caso Stamina” (relatori: Cattaneo e D’Ambrosio Lettieri).

I lavori, aperti dai saluti di Pierfrancesco Majorino (Assessore alle Politiche sociali e cultura della salute del Comune di Milano), vedranno gli interventi di Elena Cattaneo, professore di Farmacologia all’Università degli Studi di Milano e senatrice a vita, Carlo Manfredi,presidente dell’Ordine dei Medici di Massa-Carrara, e Amedeo Santosuosso, magistrato e docente all’Università degli Studi di Pavia. Presiederà l’incontro Maurizio Mori, professore di Bioetica all’Università degli Studi di Torino e presidente della Consulta di Bioetica e membro del Comitato Scientifico di Politeia.

Il programma della tavola rotonda è reperibile consultando la home page del sito di Politeia (http://www.politeia-centrostudi.org/ ).

La partecipazione è libera e gratuita.

 

Women For Expo, la premiazione di “Anche noi… Nati per donare”. Milano, 12.02.2015

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WE – Women For Expo è un Progetto di Expo Milano 2015,  in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori. Si tratta di un network di donne di tutto il mondo che agiscono insieme sui temi dell’alimentazione e delle sue molteplici declinazioni e intende raggiungere e coinvolgere il maggior numero di donne che abitano i Paesi di Expo 2015: scrittrici, attrici, scienziate, imprenditrici, esponenti della società civile e persone comuni di ogni lingua, cultura e continente.

Il tema di Expo 2015, “Nutrire il Pianeta, energia per la vita”, pone la sfida di un ripensamento e di un riequilibrio delle risorse globali. In questo contesto le donne rivestono un ruolo fondamentale, rappresentando un formidabile motore di crescita e di cambiamento in tutto il mondo.

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Le donne saranno protagoniste in questa Esposizione Mondiale, raccontando, stimolando con le loro esperienze e i loro racconti di vita, nutrendo l’esperienza Expo Milano 2015 di nuove visioni in grado di aprire orizzonti più ampi di sostenibilità e di energie per il Pianeta.

Expo 2015 e Padiglione Italia promuovono il progetto internazionale “Women for Expo” attraverso due concorsi dedicati al mondo femminile : “Progetti delle donne” e “Progetti per le donne” . Le premiazioni” sono avvenute il 12 febbraio a Milnao.

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Il premio aggiudicato al nostro progetto  “Anche noi… nati per donare”  è la possibilità di presentarlo in un evento dedicato  presso il Padiglione Italia in una data che sarà stabilita dal palinsesto. Le premiazioni” sono avvenute il 12 febbraio 2015 a Milano. 

Ringraziamo WE-Women For Expo e Padiglione Italia e  la  Giuria del Concorso che ha saputo cogliere nel nostro progetto i valori e le finalità della donazione solidale del sangue cordonale,  risorsa biologica per l’intera umanità, consentendoci  la straordinaria ed irripetibile possibilità di presentarlo a livello mondiale.

English version – Project Treviso Anche noi… Nati per donare

Cellule staminali emopoietiche, speranza per la sclerosi multipla

Segnaliamo un importante studio clinico italiano,  pubblicato sulla rivista Neurology, che mostra come le cellule staminali emopoietiche ricavate dal midollo osseo (trapianto autologo con prelievo dallo stesso paziente , non con cellule staminali da cordone ombelicale), possa aiutare i pazienti affetti da sclerosi multipla a contenere i danni della malattia.

https://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/medicina/2015/02/12/trapianto-staminali-midollo-chance-cura-sclerosi-multipla_af4334c1-8286-44c2-b769-0e3c1f2a8b90.html

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Il progetto “Anche noi… Nati per donare” ad Expo 2015, 26.01.2015

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Un’eccezionale occasione di visibilità e diffusione per Anche noi… Nati per donare: il nostro progetto,  derivante dall’iniziativa pilota Progetto Treviso, è infatti stato selezionato assieme ad altri 99 progetti italiani come vincitore del concorso WE – Progetti per le donne, promosso da Expo 2015 e Padiglione Italia.

“WE – Progetti per le donne” è l’occasione per dare visibilità, nell’ambito della vetrina straordinaria di Expo 2015, ai tanti progetti realizzati per creare valore e cambiamento positivo nella vita delle donne. Lo scopo è di presentare al mondo, durante i sei mesi di Expo 2015, i progetti di successo in campo sociale, culturale e di sviluppo dedicati alle donne nei settori di Expo Milano 2015.

La Federazione Italiana Adoces ha scelto di candidare al concorso “Anche noi… Nati per donare”, l’ultimo grande progetto (che si è tradotto anche in una campagna di comunicazione nazionale in collaborazione con AIB – Associazione Italiana Biblioteche, lanciata a dicembre 2013) per la diffusione delle necessarie informazioni e della cultura della donazione del sangue cordonale, espressamente rivolto alle donne non italiane residenti in Italia, perché esso, oltre ad essere unico in Italia ed in Europa, mette in luce come per rendere effettiva l’uguaglianza a livello sanitario, non si possa prescindere dall’integrazione sociale e culturale delle donne.

immagine simboloL’iniziativa, espansione nazionale del progetto pilota “Progetto Treviso”, presenta numerosi elementi di unicità: la sua articolazione, gli strumenti operativi e il percorso adottato, il target mai considerato prima, l’unione dell’obiettivo della donazione a quello dell’integrazione. Il dono del sangue cordonale diviene infatti un buon motivo per entrare in contatto con le donne di diversa etnia e cultura che vivono nel nostro territorio, per coinvolgerle in un percorso di conoscenza e scambio (con il supporto di materiali multilingue cartacei e audiovisivi appositamente studiati) favorendo il processo di integrazione socio – culturale. Instaurato il dialogo in un clima di fiducia, si inserisce l’obiettivo della donazione, che per i cittadini immigrati assume oggi un’importanza cruciale. Le potenziali donatrici, portatrici di genotipi differenti dal nostro (genotipo caucasico), infatti, possono contribuire all’accrescimento delle risorse utili ad aiutare i connazionali candidati al trapianto, sia quelli residenti in Italia (che, per differenza di caratteristiche genetiche, non trovano donatori nella popolazione italiana ed europea) sia per i pazienti esteri  che vengono a curarsi nei  Centri di trapianto  italiani.

Non solo, nei materiali informativi dedicati alle coppie straniere si è volutamente posto l’accento sulla “donazione dedicata”, ovvero la possibilità prevista dal Sistema Sanitario Nazionale di accantonare l’unità di sangue cordonale del proprio bambino qualora nella famiglia siano presenti malattie genetiche curabili con il trapianto delle cellule staminali cordonali del neonato.

 

invito 12 febbraio 2015

 

 

Dalla ricerca Italia – Usa un modello 3D di midollo osseo in seta, 24.01.2015

(Adnkronos) Un nuovo modello 3D in seta di midollo osseo per la produzione di piastrine con lo scopo di studiare le malattie e la possibilità di trasfondere le cellule prodotte ‘ex-vivo’. Una lavoro all’avanguardia per studiare i meccanismi coinvolti nella produzione delle piastrine e per scoprire nuovi target terapeutici. E’ la ricerca messa a punto da una collaborazione tra l’Università di Pavia e la Tufts University di Boston. Lo studio coordinato da Alessandra Balduini, ricercatrice del Dipartimento di Medicina molecolare dell’Università di Pavia, è stato pubblicato sulla rivista ‘Blood’.

Il modello è interamente costruito con la seta che è un materiale naturale, biodegradabile e processato in acqua. Il filone della produzione di piastrine ‘ex vivo’ è attualmente considerato una delle maggiori sfide nell’ambito di ricerca dell’ematologia con importanti ripercussioni cliniche e industriali. Il modello è depositato come brevetto negli Stati Uniti, ma gli esperimenti sono stati condotti sia a Boston sia a Pavia grazie ai finanziamenti privati (Cariplo, Firb giovani e Nih R01).

Il progetto è stato portato avanti da diversi studenti che si sono spostati da Boston a Pavia grazie alla Whitacker Foundation e alla Tufts University e studenti che si sono spostati da Pavia a Boston grazie al progetto Pavia-Boston dell’Unipv.

Attualmente gli unici laboratori al mondo che hanno disegnato questo tipo di modello sono due quello dell’Università di Harvard e quello congiunto Università di Pavia-Tufts University. Nel 2015, diversi congressi internazionali hanno organizzato delle specifiche sessioni sull’argomento per un confronto tra il coordinatore del progetto di Harvard, Joe Italiano, e la professoressa Alessandra Balduini.

Staminali: italiano il primo studio che svela come e se curano l’uomo, San Francisco 09.12.2014

(Adnkronos) E’ italiano il primo studio al mondo che svela il destino delle cellule staminali oggi in grado di curare malattie un tempo mortali: dove vanno, cosa fanno, quanto vivono. Il tutto grazie a un ‘codice a barre’ che le marchia quando vengono modificate nel Dna per essere utilizzate come terapia genica, il trattamento che punta a guarire una patologia genetica correggendo il difetto che la scatena.

La ‘bandierina’ che le contrassegna e consente di controllarle anche ad anni di distanza è tricolore e sventola sul Moscone Center di San Francisco, dove si chiude il 56esimo congresso della Società americana di ematologia (Ash). La ricerca, firmata Tiget, è fra le 6 scelte per essere discusse durante la sessione plenaria del meeting. Le più interessanti, le migliori in assoluto, fra le 6.500 in vetrina al summit californiano. Lo scienziato che la illustra – applaudito nell’immensa sala allestita per l’appuntamento clou di un evento che ha richiamato oltre 20 mila addetti ai lavori da tutto il mondo, celebrato dal giornale ufficiale del congresso per la suo speech “elegante” – ha 36 anni e si chiama Luca Biasco. Da Bologna, dove ha studiato, si è trasferito a lavorare a Milano all’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (Tiget). Nel suo currilum non mancano esperienze di ricerca all’estero, tra i National Institutes oh Health statunitensi e il National Cancer Institute di Heidelberg in Germania.

Ai giornalisti italiani che lo intervistano racconta dall’inizio una storia che parte da lontano. “Il contesto che ci ha permesso di condurre questo studio è quello della terapia genica avviata quasi 20 anni fa sui malati di Ada-Scid”, i cosidetti ‘bimbi in bolla’ privi delle difese immunitarie necessarie per combattere anche un semplice raffreddore. Un tempo condannati a vivere in un ambiente completamente sterile, oggi guariti grazie a una tecnica messa a punto dal Tiget nel 2002. “Da allora ne sono stati curati 16 e la metodica è stata applicata con successo anche ad altre 2 malattie: la sindrome di Wiskott-Aldrich (7 bimbi trattati) e la leucodistrofia metacromatica (una decina). In pratica – riassume Biasco – si prelevano le staminali ematopoietiche del paziente, si modificano inserendo la versione corretta del gene sbagliato veicolata da un virus reso innocuo (quello che funziona meglio è l’Hiv), e si reinfondono nel malato. In questo modo abbiamo avuto a disposizione un modello per studiare il comportamento di queste cellule in vivo, nell’uomo”.

Finora questo tipo di ricerca era stata possibile solo nel topo. Invece al Tiget diretto da Luigi Naldini, il team di Alessandro Aiuti (coordinatore clinico della sperimentazione sulla terapia genica) di cui Biasco fa parte ha condotto per la prima volta questo tipo di studi su 8 pazienti: 4 con sindrome di Wiskott-Aldrich e 4 con leucodistrofia metacromatica. “Il punto è – premette il giovane scienziato – che quando le staminali del malato vengono corrette” in cellule ‘ogm’, “e poi reinfuse a milioni, il gene terapeutico va a integrarsi nel genoma in un punto diverso da cellula a cellula. Un passaggio determinante, perché a seconda di dove il gene si incasella cambia il destino della staminale corrretta e il suo effetto. Il sito di integrazione diventa quindi di per sé un segno distintivo: una sorta di codice a barre, in gergo un ‘tag molecolare’. Una bandiera che può essere sempre riconosciuta quando, attraverso prelievi periodici, si vanno a studiare le cellule del sangue del paziente”.

Grazie a questa ‘etichetta’, dunque, “noi possiamo ricostruire il destino che ha avuto ogni cellula: come e quanto si è riprodotta, che cosa ha fatto e come si sono comportate lei e le sue figlie. Riuscirci è molto importante per 3 motivi”, sottolinea Biasco. “Primo per una ragione di sicurezza, per accertarci che queste staminali non degenerino in un tumore. Secondo per valutarne l’efficacia, ossia per capire se si sono riprodotte in una popolazione che resta stabile e quindi mantiene l’attività terapeutica. Terzo, ed è questo che più ha interessato la platea della sessione plenaria, perché così è possibile comprendere cosa succede dopo un trapianto di midollo osseo. Come cioè le staminali vanno a ricostituire il sistema ematopoietico del paziente, differenziandosi in cellule del sistema immunitario, o in globuli rossi o ancora in piastrine”.

Non è tutto. “Lo stesso tipo di studio, simile a quello che in ecologia segue gli spostamenti, i comportamenti e la riproduzione degli animali – prosegue Biasco – l’abbiamo fatto con i linfociti T. Perché negli anni ’90 sui bambini con Ada-Scid la terapia genica era stata tentata non sulle staminali, ma direttamente sui linfociti. Non aveva funzionato però quei linfociti ‘taggati’ sono sopravvissuti, e anche a 10 anni di distanza abbiamo potuto ritrovarli e scoprire dove sono andati e cosa hanno fatto nel tempo. Questo lavoro sarà pubblicato all’inizio dell’anno ed è cruciale perché consente di studiare la biologia dei linfociti”. Un filone di ricerca caldissimo considerato anche lo sviluppo che stanno avendo contro i tumori del sangue le terapie ‘Car-T’, quelle che vanno a modificare geneticamente i linfociti T in modo che aggancino e uccidano le cellule B malate. Nuovi farmaci immunoterapici protagonisti di numerosi abstract presentati all’Ash 2014.

Ma come prosegue il progetto di terapia genica di Telethon che ha reso possibile questi studi? “La sperimentazione sulla Ada-Scid si è chiusa – ricorda Biasco – Dopo il successo ottenuto, infatti, grazie a un accordo siglato con GlaxoSmithKline la correzione genetica delle staminali dei bimbi malati diventerà un ‘farmaco’ da distribuire in tutto il mondo”. In pratica verrà venduto un protocollo, una sorta di manuale di istruzioni che potrà essere utilizzato solo nei centri ospedalieri con le competenze, l’esperienza e la tecnologia necessarie.

“Anche il vettore virale verrà prodotto in pochissimi centri super selezionati uno dei quali sarà MolMed”, la società biotecnologica ‘gemmata’ dall’Irccs San Raffaele di Milano. “Ai centri ospedalieri – puntualizza lo scienziato – il virus navicella viene consegnato con il gene già all’interno. Saranno poi loro a occuparsi della correzione delle staminali del paziente, perché queste cellule vanno lavorate mentre sono fresche: si fa il prelievo, il malato resta in ospedale mentre le staminali vengono tenute in coltura con il virus per 3 giorni, si reinfondono le cellule corrette e se tutto va bene in una settimana il trattamento è finito”.

“Anche i bambini con sindrome di Wiskott-Aldrich, come l’Ada-Scid una rara immunodeficienza primaria, dopo la terapia genica stanno procedendo tutti molto bene”, riporta Biasco. Quanto ai piccoli con leucodistrofia metacromatica, nei quali la terapia genica viene coordinata al Tiget da Alessandra Biffi, “le cellule staminali corrette sono addirittura riuscite a ridurre le lesioni cerebrali causate dalla patologia”. Una malattia diversa dalle prime 2, detta da accumulo perché a causa del difetto genetico ci sono sostanze tossiche che assediano le cellule nervose e le danneggiano. Ebbene, “si è visto – conclude il ricercatore – che le staminali corrette e reinfuse, anche se sono cellule del sangue, migrano nel cervello dove riescono a correggere anche le cellule nervose. Ripulendo il tessuto dalle scorie che lo soffocano”.

Joint Action sul monitoraggio e controllo delle trasfusioni e dei trapianti di cellule e tessuti, 15.12.2014

La Commissione Europea ha affidato al Centro Nazionale Trapianti e al Centro Nazionale Sangue il coordinamento di una  Joint Action per rafforzare tra i Paesi Membri la capacità di monitorare e controllare i tessuti e le cellule utilizzati a scopo di trapianto, nonché il sangue per l’attività trasfusionale.
L’Azione, della durata complessiva di 36 mesi, raccoglierà i risultati ottenuti in precedenti progetti finanziati dall’Europa e supporterà i Paesi membri nei diversi aspetti collegati alla tracciabilità e vigilanza nel settore trapiantologico (cellule e tessuti) e trasfusionale (sangue). I Paesi coinvolti nell’Azione, tra “associated” e “collaborating”, sono una trentina.
In particolare, il Centro Nazionale Trapianti guiderà il pacchetto dedicato alla vigilanza su cui ha maturato nel corso degli anni un’esperienza riconosciuta a livello mondiale dall’OMS, di cui il Centro è “Collaborating Centre” dal 2012. Il Centro Nazionale Sangue gestirà il pacchetto dedicato alla formazione degli ispettori per i settori sangue, tessuti, cellule staminali emopoietiche e cellule riproduttive.
L’affidamento al nostro Paese di questa Joint Action da parte della Commissione Europea rappresenta un ulteriore riconoscimento della leadership italiana nel campo della sicurezza e della biovigilanza.

“Il cordone ombelicale: il potenziale delle cellule staminali”. Reggio Calabria, 11.10.2014

Organizzato da GADCO, Gruppo Avisino Donatrici Cordone Ombelicale, e da AVIS Regionale Calabria, in collaborazione con la Federazione Italiana ADoCes, il convegno, accreditato ECM, ha visto una numerosa presenza di Esponenti delle Istituzioni,  Professionisti sanitari  e volontari coinvolti nel percorso di promozione, informazione, raccolta e crioconservazione del sangue cordonale.

E’ stato  confermato l’impegno per la promozione del dono a tutte le coppie in attesa di un figlio, coinvolgendo anche quelle provenienti da altri Paesi.

E’ necessario aumentare il numero delle unità da crioconservare nelle banche pubbliche, attualmente circa 35.000: queste unità devono essere di altissima qualità e contenere almeno 1,5 miliardi di cellule nucleate, sulle quali eseguire una tipizzazione HLA completa ad alta risoluzione.

La qualità di queste unità è la sola che può garantire la possibilità di fare un trapianto di cellule staminali emopoietiche (CSE) per curare i malati e non semplicemente delle somministrazioni sperimentali di piccole quantità di CSE,  per le terapie cosiddette rigenerative,  che alcune banche private contrabbandano come trapianti autologhi.

A dimostrazione di questo, le banche pubbliche, che conservano attualmente nel mondo 650.000 unità solidali donate dalle mamme, hanno permesso il trapianto di oltre 35.000 pazienti, trapianti certificati dalle maggiori Società scientifiche internazionali.

Per un confronto, le banche private conservano oltre un milione di unità accantanonate per uso autologo familiare, che hanno consentito l’effettuazione di circa 15 trapianti autologhi.le unità di sangue cordonale conservate nelle banche private invece.

 

La Calabria Cord Blood Bank si qualifica attualmente per la banca italiana che ha rilasciato nel 2013 il maggior numero di unità (19) a Centri di Trapianto italiani ed internazionali e sta conseguendo l’accreditamento NETCORD FACT.

 

Calabria CBB, con oltre 7.000 unità raccolte, di cui oltre 800 bancate, ad oggi ha rilasciato 19 unità cordonali, per pazienti affetti da gravi patologie onco-ematologiche (Leucemia Acuta, Linfomi) e nel 2013 si è attestata  come la prima Banca nazionale per indice di rilascio (rapporto tra unità cordonali bancate e unità rilasciate per uso trapiantologico).

Trapianto neonatale di cellule staminali efficace per sindrome Hurler, 21.10.2014

(ANSA) – ROMA, 21 OTT – Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche, ottenute cioè dal sangue del cordone ombelicale, se effettuato alla nascita, è efficace per prevenire le anomalie ossee causate dalla sindrome di Hurler, una rara malattia genetica che provoca nei bambini affetti un ritardo psicomotorio e gravi anomalie scheletriche. Lo ha dimostrato, in modelli animali, un gruppo di ricercatori guidati da Marta Serafini del Centro di ricerca Tettamanti, Dipartimento di Pediatria dell’Università di Milano Bicocca. I bambini con sindrome di Hurler, uno ogni 175.000, appaiono alla nascita del tutto normali, ma dopo pochi mesi iniziano a manifestare i primi sintomi. Il trattamento consiste nel trapianto di cellule staminali ematopoietiche, tuttavia oggi non è in grado di risolvere del tutto i problemi scheletrici perché viene effettuato quando già la malattia inizia a manifestarsi. Di qui l’idea di sottoporre topi da laboratorio appena nati al trapianto, ma nei primissimi mesi di vita per prevenire i danni dovuti dalle malformazioni ossee. Lo studio, appena pubblicato sulla rivista ‘Blood’ e reso possibile grazie a finanziamenti della Fondazione Telethon, “sebbene limitato a una malattia genetica rara dimostra l’importanza di implementare gli screening neonatali”, spiega Marta Serafini. “Ciò – prosegue -permetterebbe, infatti, una diagnosi precoce e il trattamento immediato, che in alcuni casi, come nella sindrome di Hurler, possono influire sulla stessa progressione della malattia”.

Attualmente in Italia gli screening neonatali obbligatori interessano un ristretto numero di patologie e solo in alcune Regioni sono stati estesi a un maggior numero di malattie.

Prossimo obiettivo della ricerca, sfruttare i programmi di screening regionali per individuare i soggetti affetti e sottoporli precocemente al trapianto di staminali cordonali, ottenute cioè dal sangue del cordone ombelicale di madri donatrici. In Italia, infatti, è possibile donare il sangue cordonale, che viene raccolto e conservato in strutture specializzate per poi poter essere utilizzato a scopo di ricerca e di trapianto.

 

Il sangue cordonale per trattare neonati pretermine: utopia o realtà? – 21.10.2014

Intervista alla Dott.ssa Maria Bianchi dell’Università Cattolica del sacro Cuore di Roma, pubblicata sul sito del Centro Nazionale sangue

Il  sangue cordonale per trattare neonati pretermine: utopia o realtà?
  Immaginiamo di trovarci in un grande Ospedale Pediatrico Italiano a fine anni ’50, in quello che all’epoca si chiamava “reparto prematuri” (la Neonatologia e la Terapia intensiva Neonatale erano di là da venire..): il pediatra responsabile passa a controllare i neonati e insieme al suo staff, controlla i parametri dei piccoli pazienti, il peso, la propensione a nutrirsi, finanche la mera “voglia di lottare”, senza controllare valori di emoglobina e decide di fare ai più deboli, una piccola trasfusione (30-40 g) di sangue intero (anche in questo caso le emazie concentrate o leucodeplete erano fantascienza). Spesso funzionava , ma tante volte il piccolo non sopravviveva alla terapia. Queste sono le “confessioni” di un pediatra che ora dice di vergognarsi circa la grossolanità dell’intervento in mancanza di parametri precisi, così come un controllo preciso della loro efficacia, ma la medicina, come tutta la scienza si basa sulla ricerca e sull’esperienza e la capacità di migliorarsi è frutto anche di sfide come questa. Oggi, nel 2014 ci troviamo a parlare di un’altra “scienza”, molto più sofisticata e monitorizzabile, ma l’atteggiamento di chi intende offrire la migliore assistenza possibile ai propri pazienti è immutata. Parliamo con la dottoressa Maria Bianchi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma del protocollo che prevede l’uso di emazie estratte da sangue cordonale per trattare le anemie dei neonati pretermine: uno studio di fattibilità che, visti i risultati positivi, necessita di ampliare la casistica conducendo un trial clinico multicentrico randomizzato per confermare le incoraggianti premesse.

Come nasce questo protocollo?

L’idea di sviluppare innanzitutto uno studio, nasce nel 2010 dal contatto tra lo staff della terapia intensiva neonatale del Policlinico Agostino Gemelli di Roma con la Banca del Cordone Ombelicale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sull’utilizzo di sangue cordonale e placentare autologo in bambini candidati ad interventi chirurgici o per trattare l’anemia del pretermine che coinvolge la quasi totalità dei neonati con peso <1500 grammi Gli studi pubblicati in materia parlavano di sangue intero, ma noi abbiamo utilizzato sangue cordonale frazionato privo del buffy-coat, cioè emazie concentrate leucodeplete e poi irradiate. In questo modo è stato possibile ricorrere a quelle unità che non avendo una sufficiente cellularità non potevano essere utilizzate a fini trapiantologici e inviate al Registro Italiano Donatori di Midollo Osseo, IBMDR, venivano scartate. Lo studio di fattibilità è stato effettuato su 20 pazienti, nati entro la 30.ma settimana di gestazione e con un peso inferiore ai 1500 grammi, candidati a terapia trasfusionale entro i 28 giorni dalla nascita. Non abbiamo registrato alcun evento avverso e quindi abbiamo ravvisato l’opportunità di procedere con un trial clinico randomizzato, coinvolgendo per l’arruolamento di pazienti, anche altre Terapie Intensive Neonatali e Banche di Cordone, come quelle di Pescara, quella di San Giovanni Rotondo e quella della Calabria e ci auguriamo di poter partire presto con l’operatività.

Quali sono gli obiettivi che vi ponete?

Innanzitutto fornire ai bambini che necessitano una trasfusione, un’emoglobina simile a quella fetale, cosa che non avviene utilizzando sangue da donatore. Si eviterebbe uno shock di ossigenazione al prematuro che non ha ancora sviluppato un’emoglobina “matura”, cosa che amplifica il rischio di sviluppare una retinopatia della prematurità. L’idea non è quella di dimostrare che il sangue cordonale sia migliore, ma che possa costituire una valida e idonea alternativa terapeutica; parallelamente condurremo studi

biologici sui marcatori cellulari e metabolici del danno ossidativo e sulle possibili implicazioni immunologiche delle trasfusioni di sangue cordonale rispetto a quelle di sangue da donatore adulto. 

In questo modo potreste anche dare un  “futuro vitale” alle unità cordonali che non trovano spazio nell’inventario del registro trapianti e forse potrebbe essere un messaggio utile anche per incoraggiare le mamme a donare, visto che solo il 12% delle unità raccolte viene bancato e questo allontana molte
coppie dal gesto di solidarietà.

  Certamente la risorsa del sangue cordonale non può e non deve essere vista solo come un’alternativa al trapianto di midollo nelle terapie ematologiche, ma vanno pubblicizzati anche i risultati che si stanno ottenendo in settori diversi, come il caso del gel piastrinico e appunto questa nostra applicazione che, peraltro ha trovato un efficace partner per diffonderne la conoscenza e raccogliere fondi a sostegno della ricerca in una onlus, la Genitin, fondata dai genitori dei bambini pretermine, una realtà che conta circa 500 casi su 3000 parti avvenuti in un anno presso il nostro Policlinico.

A dirigere l’unità di Terapia Intensiva Neonatale del Gemelli è il Prof. Costantino Romagnoli, che dal 2012 è anche Presidente della Società Italiana di Neonatologia, a lui abbiamo chiesto di illustrarci il punto di vista dalla parte del clinico pediatrico.

Fornire la migliore assistenza possibile ad un neonato pretermine significa fornirgli terapie efficaci ma anche sicure.
Quando trasfondiamo sangue adulto forniamo dei globuli rossi che contengono emoglobina adulta in grado di cedere più ossigeno ai tessuti. Questo provoca nei neonati pretermine uno stress ossidativo importante che è stato correlato con le patologie da radicali dell’ossigeno quali la retinopatia della prematurità, la displasia broncopolmonare e la enterocolite necrotizzante. Se, invece, trasfondiamo globuli rossi fetali (quelli del cordone lo sono) essi contengono l’emoglobina fetale che cede meno facilmente l’ossigeno ai tessuti riducendo lo stress ossidativo.
La domanda potrebbe essere: ma siamo certi che questo preverrebbe tali patologie? La risposta è che sicuramente ne ridurrebbe il rischio e forse anche la gravità. Ed in ogni caso vale la pena di testare questa ipotesi con studi controllati condotti con rigore scientifico. Ma per fare questo è essenziale poter disporre di quantità idonee di globuli rossi del cordone e solo una sensibilizzazione della popolazione e degli operatori sanitari può contribuire a far sì che ciò sia possibile.

 

http://www.centronazionalesangue.it/notizie/l-intervista-000

 

Articoli di interesse:

 Allogeneic cord blood red cells for transfusion. Letters to the Editor, Trans Med Rev, doi:10.1016/j.tmrv.2011.06.002
 Use of allogenic umbilical cord blood for red cells transfusion in premature infants: utopia or reality? P. Papacci, M. Fioretti a, C. Giannantonio a, A. Molisso a, M.G. Tesfagabira, A. Tornesello a, M. Bianchi b, L. Teofili b, C. Romagnolia, Early Human Development 89S4 (2013) S49–S51